A metà dell’arco che circoscrive il Golfo Tarantino, 3 km circa distante dal mare a dare inizio all’antica pianura Siritide, sorge sontuosa ROCCA IMPERIALE, paese di 3500 abitanti, in provincia di Cosenza, ai confini meridionali dell’attuale Lucania
Il suo abitato, edificato sulla convessità orientale del pendio, a meno di 200 metri di altitudine, ha le case disposte a gradinata ai piedi della fortezza che gli diede il nome, e ristretto com’è su un’area pressoché inampliabile, con i suoi viottoli, le ripide salite di accesso alla sommità, il campanile vetusto e la severa mole delle costruzioni militari, conserva l’aspetto di un borgo medievale ingentilito dal progresso, ma non sostanzialmente mutato da qual era nei secoli decorsi.
Finestre e veroni spaziano sulla calma distesa dello Jonio e, dalle eminenze del castello, il panorama costiero si rappresenta bello e suggestivo.
A destra e alle spalle, con vario susseguirsi di declivi, di ondulazioni e di avvallamenti, si elevano i monti; ma sfuma a sinistra l’orizzonte sulle alture salentine, sul piano ammantato di verde, ecco delinearsi le zone archeologiche di Siri, Eraclea, Pandosia e Metaponto, culle della prima civiltà Italica.
Al tempo delle “polis” questo fertilissimo lembo della Magna Grecia veniva posto da Archiloco e da Erotodo come termine di paragone alle più desiderabili contrade del globo;
Il castello costruito da Federico II di Svevia nel 1225, appare come un’enorme nave di pietra, la prua rivolta verso Sud, le fiancate protette da torri, risulta costituito da un mastio poligonale a scarpa i cui lati più brevi, a Sud, si innalzano su un profondo burrone e i rimanenti, e pianta quasi rettangolare, sono rafforzati da due torri ad Oriente, da una a sperone allo spigolo Nord-Ovest (torre frangivento) a da latra cilindrica,a sezione costante, al centro del lato posteriore,ad Ovest
A sua volta il Mastio, tranne nei lati meno accessibili, è circondato da un muro di cinta provvisto di parapetto, che forma il fossato largo e profondo circa 8 metri; di un ponte levatoio esterno, di una via sopraelevata racchiusa in un bastione merlato anch’esso a sperone, alto 20 metri e di un secondo ponte levatoio più grande, interno, che chiudeva il portale di ingresso.
Nella rocca, scaloni, arcate, fornici e spiazzali sorprendono ancora per il senso di vastità che vi impera; ma destano ancora assai meraviglia le previdenze e gli accorgimenti per rendere l’edificio inespugnabile, mediante l’assicurazione dei rifornimenti logistici con locali per deposito di olio e di grano, cinque cisterne a decantazione d’acqua ed una finestra che dà sulla costa scoscesa ad Occidente, nonché le sporgenze delle torri, un triplice ordine orizzontale di feritoie e una lunga serie di merli per battere efficacemente da ogni punto e con pochi uomini il suolo circostante.
Non mancano scuderie per i cavalli del signore e degli uomini d’arme, casematte, sotterranei, corridoi intercomunicanti e trombe per l’aerazione nelle torri; anzi diverse gallerie furono interrate e si dice che ve ne fosse una, ora non rintracciabile, di uscita segreta all’esterno.
Uno stanzone tetro tuttora esistente custodiva i prigionieri e più giù, dopo una serie di ambienti vari, era la sala dei supplizi, nella volta della quale è ancora infisso un anello di ferro che serviva per dare i tratti di fune e forse anche per le impiccagioni. A tutto questo complesso architettonico erano poi collegate le mura del paese che svolgendosi dal “Murorotto”, sul fianco di casa Giannattasio, dove si notano i resti di una torre quattrocentesca, raggiungevano “la Croce”, indi “l’Ospedale” e casa Moliterni dove avevano termine sull’orlo del precipizio di “Scalella”.
Poiché gli apprestamenti necessari ad una grande opera in muratura non si improvvisano, sull’altura che dinanzi era brulla o macchinosa, l’Imperatore, molto tempo prima dell’inizio dei lavori architettonici, dovette inviare operai per movimenti di terra e la cottura della calce; i quali operai si stabilirono “in situ” le quali formarono il primo nucleo del nuovo abitato. Essi stessi, e i villici poi, cominciarono a distinguere il luogo con l’appellativo dialettale di RI-CARCARI o LI-CARCARI, che fu presto dimenticato e sostituito, e castello ultimato, con nome di Rocca Imperiale.
Il termine RI-CARCARI esaminato alla luce della fonetica locale è un chiaro nome composto da RI + carcari o Li + carcari equivalente a “LE FORNACI”, le quali dovettero essere in gran numero apprestate per la calce ed i mattoni prima di iniziare la costruzione della fortezza
Il villaggio formato dagli operai e da pochi individui che erano andati a porvi dimora con la famiglia per la sicurezza, dopo oltre due lustri era ancora insignificante, e per Federico II che da principio non aveva inteso dar vita ad un nuovo incolato decise di inviarvi una colonia nel 1239.
La prima chiesa di Rocca Imperiale sorse, come attesta il campanile, col nascere dell’abitato, al tempo dell’Imperatore Federico II di Svevia nel secolo XIII (1239). Piccola. Di stile romanico puro, l’ingresso principale a nord e uno secondario sul lato opposto, occupava l’area dell’attuale sagrato ed aveva a destra la sagrestia. Davanti era uno spiazzo o una larga via da cui erano visibili le grandi incisioni paleografiche sotto la cornice apicale della torre campanaria, e nell’interno forse una sola navata e nudo era il presbiterio con l’altare maggiore.
Loculi tombali dei sacerdoti e delle principali famiglie si aprivano sul pavimento e una cripta più giù, probabilmente in comune con quella dell’ospedale eretto dai Cavalieri Gerosolimitani nel secolo XIII, serviva per le deposizioni dei fedeli, che in caso di epidemie venivano sepolti attorno al tempio. Questo era dedicato, come lo è tuttora la parrocchia, a Santa Maria in Cielo Assunta e fu arricchito nei primi anni del Trecento di un protiro a soggetta su archi ad ogiva, di bifore a colonne tortili di marmo, ora deposte nel giardino Gavazzi, di un ampio rosone, di una statua, la cui testa è murata all’angolo del corso Vittorio Emanuele, di fronte alla casa Fortunato, e di affreschi, i resti dei quali si notano sotto un archetto del protiro attualmente incorporato nel pronao della nuova Chiesa.
Non ci sono notizie di cappelle nell’abitato, ma annessa all’ospedale, doveva esserci già nel secolo XIV, quella del Crocifisso. Con l’andare del tempo ne sorsero diverse: prime fra tutte quella di San Giovanni, quattrocentesca; poi, in ordine cronologico, furono edificate quella delle Cesine, in campagna; quella del Rosario, del Carmine, di San Biagio e, in ultimo, quella della Croce all’ingresso del paese, e dell’Immacolata, addossata alla matrice, al posto del monumento dei caduti della grande guerra.
Nulla sappiamo circa la celebrazione delle feste dell’epoca, ma si può ritenere per certo che la solennità del 2 Luglio divenne patronale subito dopo l’incursione turca del 1644.
Il 29 Giugno di quell’anno, comparve una grande flotta turca, forte di 50 galee; sbarcati sulla nostra spiaggia da due a tremila armati, gli invasori, circondarono le mura della cittadina mentre gli abitanti dormivano. Questi, svegliati di soprassalto e ritenendo impossibile ogni difesa, si rifugiarono nel castello. Nonostante l’assedio, i turchi non riuscirono ad impadronirsi della roccaforte. Diedero fuoco a molte case tra le quali, degna di particolare ricordo la Chiesa Madre di cui rimase indistrutto, quasi a ricordo, il campanile.
In questa triste circostanza il popolo, raccolto nel castello, dal quale si scorgeva di lontano la chiesetta della Nova, fece voto di solennizzare in perpetuo la data se fosse stato liberato dal pericolo e se avesse subito il minimo danno. E la grazia, venuta il giorno successivo, fu ritenuta dagli scampati come un segno della protezione divina, di cui bisognava mantenere sempre vivi la riconoscenza e il ricordo attraverso le generazioni future. In seguito, per la fiducia riposta nella Madre di Dio, sorse l’uso di andare a rilevare la sacra effige la domenica in albis per riportarla in sede con pompa il 2 Luglio e sotto stessa data fu indetta una fiera, sostituita verso il 1888 con quella del 28 Maggio alla Marina.
Eccezionalmente, e negli anni di straordinaria siccità, era consuetudine recarsi in processione ad invocare la grazia della pioggia alla cappella e si portava la sacra immagine in paese per una novena propiziatoria.